La montagna che incanta

Nel cuore delle Dolomiti, Peter Pichler, figura emergente dell’architettura italiana, trasforma un hotel degli anni Ottanta in un edificio contemporaneo. E mette al centro il massiccio dello Sciliar, che da semplice cornice diventa l’elemento ispiratore del progetto

 

Progetto Peter Pichler Architecture
Foto Paolo Riolzi – Testo Laura Ragazzola

 

Nel dna di Peter Pichler c’è sicuramente la montagna. Nato a Bolzano 36 anni fa, milanese d’adozione e globetrotter per l’internazionalità dei progetti, Pichler ha sempre espresso negli edifici che progetta tutta la ricchezza e la vitalità delle ‘sue’ Dolomiti.

Lo incontriamo a Milano in un giorno speciale: “Non avrei mai immaginato di vincere e perdere nell’arco di una giornata…”, dice l’architetto. Perché, se al mattino il suo Oberholz Mountain Hut a Obereggen, un ristorante visionario appeso alla montagna a 2.000 metri d’altezza, aveva mancato per pochi voti la Medaglia d’oro dell’Architettura Italiana Young Talent, alla sera il medesimo progetto faceva salire l’architetto altoatesino sul podio più alto dell’Archmarathon Worldwide Architecture Awards, superando colleghi di lunga esperienza. Anche il suo ultimo lavoro, l’Hotel Schgaguler a Castelrotto, nel cuore delle Dolomiti, ha già conquistato, a pochi mesi dall’inaugurazione, la short list del Frame Award e del Dezeen Award.

Architetto Pichler, immagino che sarà contento di questi riconoscimenti. Vuole raccontarci quali sono state le sfide di questa sua ultima avventura in Alto Adige?
Beh, la prima è stata vincere nel 2015 il concorso a inviti bandito dalla famiglia Schgaguler per ampliare e rinnovare il proprio hotel. E la seconda realizzare il progetto in soli quattro mesi per non interrompere l’attività dell’albergo.

E ci è riuscito?
Sì, grazie allo straordinario team del nostro studio. Abbiamo aperto il cantiere il 12 marzo e inaugurato il nuovo hotel il 15 luglio. Tecnologie e metodi costruttivi performanti ci hanno consentito di raggiungere questo ambizioso obiettivo. Ma un contributo importante è arrivato dalle imprese locali, dal loro impegno e dalla straordinaria qualità del loro lavoro. Per me è sempre importante valorizzare competenze e materiali a chilometro zero.

Bene, parliamo proprio di questo: come ha affrontato il rapporto con il paese e con il paesaggio?
Creando un edificio capace di mantenere una propria indipendenza, senza però ignorare il patrimonio locale. Castelrotto è stato il contesto di riferimento, ma è soprattutto la montagna che ha ispirato il progetto.

Come si è confrontato con questa ‘presenza’?
L’idea chiave era quella di far diventare il massiccio dello Sciliar protagonista del progetto, portarlo, per così dire, all’interno dell’hotel. A cominciare dall’uso della pietra. Sono di beola, infatti, il pavimento della hall e il bancone della reception: un blocco di roccia lavorato a taglio d’acqua che ricorda immediatamente che siamo in alta montagna.
E, ancora, la Dolomitgestein (pietra delle Dolomiti) che ridotta a calce regala alla facciata dell’hotel tutta la naturalezza di un bianco preso in prestito alla natura. Materiale locale anche per gli arredi delle camere e del ristorante, realizzati su disegno in legno di castagno grazie alla maestria degli artigiani altoatesini.

E dal punto di vista morfologico, come dialoga l’hotel con il paesaggio?
Attraverso la facciata vetrata che rende l’edificio trasparente al contesto. Il massiccio dello Sciliar sembra letteralmente entrare nelle stanze affacciate sul lato sud…

…e rispetto al paese?
Anche sul fronte strada si rinnova la stessa trasparenza per aprire l’hotel alle persone: qui c’è infatti l’ingresso all’area comune del bar e al ristorante. Solo una suite si affaccia sul paese: in questo caso è l’iconico campanile di Castelrotto che diventa il protagonista.

È soddisfatto del progetto?
Mi è difficile dare un giudizio personale. Posso dire che ho voluto dimostrare come la tradizione possa continuare a vivere proprio attraverso un progetto di rinnovamento. Ma saranno il tempo, e soprattutto le persone, a confermare o meno la bontà di questo lavoro.