Made in China

The Middle House, il primo hotel progettato da Piero Lissoni a Shanghai, attraversa stratificazioni nel tempo di materiali, colori, luci-ombre della cultura architettonica locale per restituirne uno specchio contemporaneo di alta qualità italiana

 

Progetto di Lissoni Architettura (principal Piero Lissoni – project team Tania Zaneboni, Mattia Susani, Roberto Berticelli, Rodrigo Tellez, Sara Orrù, Sara Cerboneschi, David Pouliot Pino Caliandro, Lorenza Marenco, Giorgio Pappas, Alberto Massi Mauri, Alessandro Massi Mauri)

Foto di Edmon Leong/courtesy Lissoni Architettura – Styling Alexandra Van Der Sande Studio – Testo di Antonella Boisi

 

The Middle House è il primo hotel disegnato da Piero Lissoni a Shanghai e il primo affidato a un italiano dal gruppo Swire Hotels per la sua The House Collection, che già comprende altre tre realizzazioni in Asia (a Pechino, Hong Kong e Chengdu).

Parliamo di due torri che ospitano 111 camere e 102 residenze, spazi comuni, ristoranti, piscine e spa, più altre amenità, nel distretto di Jing’an, precisamente, nelle immediate vicinanze di Nanjing Road, la strada dello shopping fashion di alta gamma in città.

E parliamo di un progetto italiano che dimostra che niente è impossibile, perché i risultati possono essere molto interessanti nonostante i limiti del lavorare con interlocutori lontani per fusi orari, cultura e consuetudini. Tutto è stato infatti realizzato in loco su disegno, dopo un’attenta ricerca di produttori di matrice artigianale depositari di antiche e perdute tecniche.

“Devo riconoscere che architetti-ingegneri e soprattutto muratori-falegnami-ceramisti cinesi sono stati appassionati e generosi”, riflette Piero Lissoni. “Abbiamo prodotto a Shanghai, per esempio, le grandi piastrelle in ceramica smaltata con impressi i motivi figurativi delle canne di bambù, o quelle decorate con rimandi alle antiche griglie popolari, o ancora i pattern lignei traforati – che sono gli elementi di riferimento elettivo del progetto – nella declinazione di una speciale gamma cromatica di grigi saturi quasi neri, verdi melanzana, blu. La mia fotografia delle atmosfere della città. Senza abdicazioni a favore del classico rosso che, impiegato in modo didascalico, avrebbe potuto risultare fuori tempo”.

“La mia sceltà è stata quella”, continua, “di immaginare una connessione tra Europa e Cina, tenendo presente che Shanghai è stata storicamente la porta dell’Occidente verso l’Oriente. Già nell’Ottocento annoverava più di una ventina di quartieri abitati da comunità europee straniere, il maggior numero di sinagoghe e una grandisssima stratificazione di usi, costumi e culture. Il mio viaggio, circa sei anni fa, è iniziato da qui.

Non ho cercato di portare a tutti i costi lo stile italiano a Shanghai. Mi interessava di più restituire la sensazione di essere rigorosamente lì, un italiano in Cina, come avevano fatto i nostri predecessori nel secolo scorso. E la mia sensibilità progettuale si è ricondotta soprattutto all’interpretazione di materiali e superfici, una sensibilità che per i cinesi è innata. Nonché allo studio dell’elemento umbratile, quella luce mai diretta, che valorizza ogni spazio da loro abitato”.

Il manufatto draconiano concepito da Lissoni non poteva certo risultare distonico nei piani percettivi. Quindi il primo intervento è stato quello di riadattare e controllare sul piano compositivo le forme ameboidali delle due torri – predefinite volumetricamente, rispetto al landscape del mall in cui si collocano, dagli architetti locali Wong e Ouyang – in modo coerente e integrato allo sviluppo del progetto degli interni che prevedeva lo svuotamento di spazi a doppia altezza e la creazione di grandi vetrate e pensiline.

Il curtain wall approvato dal cliente è stato valorizzato da un diverso approccio ai rivestimenti esterni delle facciate, che infondesse tridimensionalità alle superfici, garantisse privacy alle finestre e conferisse un aspetto caratterizzante alle torri, subito riconoscibile rispetto al costruito circostante.

“Shanghai è diventata molto yankee e poco rispettosa di genius loci specifici”, spiega Lissoni. “Mi sarebbe piaciuto rivestire gli edifici con una partitura di bambù di ceramica; poi ragioni economiche e di manutenzione ci hanno fatto ripiegare su un pattern di louvre in alluminio high tech”.

E l’idea di applicare su tutte le superfici esterne un rivestimento uniforme formato da cilindri estrusi in alluminio di colore marrone-grigio scuro, una serie di stecche accostate l’una all’altra, come fossero delle canne di bambù, passanti anche davanti alle vetrate, di fatto si è dimostrata funzionale a definire degli screen che modulano costantemente la luce, consentendo a chi sta dentro uno spazio di sentire cosa succede al di fuori.

Questa precisa metrica linguistica è stata poi utilizzata all’interno degli edifici per vestire, con ponderate punteggiature e texture meno astratte, le pareti degli spazi collettivi, distributivi e privati, a dinamizzare percezioni e prospettive.

“Certo, ovunque tutto rimanda sempre all’idea di enfatizzare un elemento verticale, zigrinato, cannettato che su una dimensione così grande è apprezzabile perché regola i riflessi del sole durante il giorno e restituisce trasparenza luminosa di notte, quando lascia filtrare la luce artificiale all’esterno”.

Su questa estetica dell’ombra ispirata alla cultura abitativa cinese si è poi innestato quel lavoro di organizzazione degli spazi di matrice squisitamente lissoniano per rigore e raffinatezza dell’impianto, disegno aperto e fluido, estrema cura del dettaglio e perfezione esecutiva.

Così tutte le camere, grandi o piccole, hanno un perimetro subito percepibile come unitario all’interno delle loro scansioni funzionali e un affaccio su un bagno dedicato disimpegnato da superfici semi-trasparenti per non interrompere il flusso della luce. Il plus è rappresentato dagli elementi speciali disegnati ad hoc.

Come la testiera del letto in ceramica dipinta, o le sedie e le poltrone che distillano altre contaminazioni di gusto e riferimenti, soprattutto quando accostati ad antichità cinesi o opere commissionate da Swire a giovani artisti locali.

La scultorea scala di collegamento tra i piani risulta, nella regia complessiva, un’intrigante folie architettonica di grande impatto scenografico con la sua finitura grigia scura levigata che contrasta con i mattoni dell’involucro spaziale, impaginati secondo una  tecnica tradizionale locale, che sembrano restituire la patina del tempo nella forte matericità naturale.

E nella ricerca sottotraccia di un dialogo con gli elementi della natura non poteva mancare l’acqua, che possiede un significato di accoglienza ben preciso per i cinesi. Si è declinata nel disegno delle vasche d’acqua, infinity pool e percorsi di benessere che definiscono i 3000 metri quadrati della spa situata al livello seminterrato: il punto di incontro tra le due torri della The Middle House e fra i viaggiatori di tutto il mondo.