Superliving

Ben van Berkel, co-founder dell’olandese UNStudio, parla a 360 gradi del suo ‘fare architettura’ e dei suoi trent’anni di attività con Caroline Bos. A cominciare dalle recenti realizzazioni in Cina, dove ha esplorato il suo visionario concetto di ‘superliving’ nel segno di città sostenibili, vivibili e socialmente integrate

 

Foto courtesy UNStudio – Testo di Laura Ragazzola

 

‘All-in-one destination’ è lo slogan che accompagna gli ultimi grandi progetti urbani firmati dallo studio olandese UNStudio (United Network Studio): micro città che si propongono come le nuove destinazioni metropolitane del vivere contemporaneo; luoghi pensati per migliorare l’esperienza di vita dei residenti ma anche dei visitatori, integrando, in un unico ambiente altamente sostenibile,  abitazione, lavoro e svago.

Succede in Cina, nella città di Hangzhou e nel centralissimo quartiere di Putuo, a Shanghai, solo per citare le ultime realizzazioni di UNStudio.  Qui, lo studio olandese con base ad Amsterdam ha  completato nel 2017 due maxi interventi urbani: Raffles City, super quartiere mixed-use di 440 mila metri quadrati, e Lane 189, mall-astronave di ultima generazione.  “Perchè  noi progettiamo con il futuro sempre in mente”, ha detto  Ben van Berkel, co-founder di UNStudio insieme a Caroline Bos, aprendo la sua recente lectio al Politecnico di Milano. Lo abbiamo incontrato e gli abbiamo rivolto alcune domande.

Architetto, gli ultimi due anni sono stati molto importanti per il suo studio, segnati da premi e riconoscimenti internazionali. Che cosa rende davvero speciale la sua architettura?
È sempre difficile parlare bene di se stessi… Ma non posso negare che siamo molto contenti di questi ultimi anni e dei buoni risultati raggiunti. Vede, la professione dell’architetto implica sempre molto pazienza e una grande tenacia perché ci vuole molto tempo prima di vedere realizzate le proprie opere e ancora di più per ottenere riconoscimenti: a meno che tu non sia un designer di prodotti, che hanno una scala ridotta e sono quindi di più immediata realizzazione.
Oggi, per esempio, ho parlato agli studenti di un progetto a cui abbiamo iniziato a lavorare vent’anni fa, ma che è stato completato solo nel 2016 (si tratta della Arnhem Central, la stazione ferroviaria di Arnhem, in Olanda, ndr).  Spesso si è impegnati in un lavoro che vedrà la luce solo molti anni dopo.Ora, consideri che ho alle spalle quasi trent’anni di attività, ma sento che il periodo migliore per il mio studio è appena iniziato.

Nei suoi progetti lei risponde alla complessità dell’intervento (penso al progetto relativo all’area della stazione di Arnhem, di cui ha accennato, oppure alla mini città di Raffles City, in Cina) con un network di collaboratori e quindi con un flusso di know how e conoscenze di ampio respiro. È questa la strada per trovare una sintesi progettuale vincente?
Il vantaggio di disporre di molti collaboratori è che in questo modo puoi delegare gradualmente il lavoro, trovando  il tempo necessario per concentrarti sull’attività di progettazione: oggi riesco a dedicarle circa il 70% del mio tempo. Inoltre, forse perché svolgo anche attività didattica in università, ho imparato a organizzare bene la mia attività, chiedendo anche al mio team di fare altrettanto.
Comunque, al di là del metodo del mio studio, che poi forse non è neanche così importante, quello su cui punto moltissimo, spendendoci anche molto tempo, è l’attività di ricerca: la faccio in università (su svariati argomenti come il futuro del lavoro, il futuro della mobilità ecc…) e la implemento in parallelo nel mio studio, dove esploriamo anche altre tematiche, più legate al metodo progettuale.
Per esempio, abbiamo sviluppato delle piattaforme dalle quali tutte le persone del mio team possono attingere informazioni e conoscenze: lo scopo è contribuire a modificare, aggiornare, migliorare il ‘linguaggio’ di UNStudio per evitare di ripeterci: mi piace l’idea che il nostro modo di ‘fare’ architettura cambi, si evolva esprimendo fasi sempre diverse come se si passasse, e mi consenta il paragone, da un ‘periodo blu’ a un  ‘periodo rosa’.

La ricchezza di contributi e la versatilità delle soluzioni si riflette anche nei differenti lavori che affronta il suo studio: lei passa dal progetto di un set di posate alla maxi infrastruttura di una stazione. Come cambia, al cambiare della scala di intervento, il suo modo di progettare? La fatica è sempre la stessa?
Questa è una domanda interessante. Deve sapere che, prima di studiare architettura, ho  frequentato il corso di laurea in product design alla Gerrit Rietveld Academie di Amsterdam, ma poi non mi sono mai occupato di prodotto. Tuttavia, nel corso degli anni, quando ho acquisito una certa sicurezza e fiducia in me stesso, grazie alla realizzazione di progetti su grande scala, mi sono accorto che mi sarebbe piaciuta l’idea di tornare alle origini e quindi di occuparmi di design.
Così, abbiamo iniziato a lavorare sugli oggetti per numerosi marchi, cito per tutti un’azienda italiana, Alessi, per la quale abbiamo disegnato un servizio di posate  (‘Giro’, ndr) e altri accessori per la tavola (il portabottiglie ‘Ribbon’ e l’affettatartufi ‘Alba’, ndr). Tuttavia, non ho mai avuto precise preferenze: mi conosco bene e so che sempre mi piacerà il progetto successivo al quale sto lavorando, nonostante lo ‘sforzo’ (ma anche il grande fascino) di passare dalla piccola alla grande scala.
Qualche volta capita che sviluppiamo piccole idee con una geometria particolare, destinata in origine a un oggetto o a un edificio dalle dimensioni contenute, come una casa, ma che alla fine adattiamo anche a un progetto di maggiore respiro, come una stazione ferroviaria, per esempio. Ingrandiamo semplicemente dei piccoli dettagli da un progetto particolare, per poi svilupparli, diciamo serialmente, aumentandone la scala di intervento.

Quindi per lei non c’è  grande differenza nel lavorare a differenti scale…
No, e vorrei aggiungere una cosa importante sul tema. Quando studiavo architettura a Londra, ho avuto la fortuna di avere come insegnante Zaha Hadid, una persona fantastica che, nonostante provenissi da una scuola di design, mi stimolò a progettare subito case, edifici, intere città…

Lei ha iniziato la sua attività insieme a Caroline Bos nel 1988. Che cosa è cambiato in questi  tre decenni? Qual è secondo lei la prospettiva dell’architettura per il futuro?
Come le ricordavo all’inizio della nostra conversazione, la mia carriera è iniziata trent’anni fa, ma penso che proprio ora sono nella mia fase migliore: ho la sensazione di avere appena iniziato perché ora ho acquistato maturità e sicurezza, entrambe nate  dall’esperienza. Spesso capita, anche se non è una regola, che in architettura si realizzino i progetti migliori dopo una certa età. E mentre penso che il nostro periodo migliore stia per arrivare, mi concentro anche sul fatto che dobbiamo fare attenzione al futuro, pensare sempre al futuro, soprattutto ai fattori che stanno per cambiarlo…

Quali?
Penso, per esempio, alla tecnologia, che svolgerà un ruolo sempre più importante, e penso anche al ruolo specifico dell’architettura che dovrà essere non discriminatoria per le donne, politicamente corretta e attenta alla salubrità soprattutto degli spazi interni.
Tutto questo è il futuro. Vede, negli anni Novanta il committente, anche se illuminato, chiedeva quasi sempre agli architetti di realizzare la nuova icona di stile, più iconica della precedente… Oppure premeva per avere un edificio accattivante, capace di colpire, attirare  l’attenzione…
Oggi, non si può più solo puntare sull’estetica, prescindendo da una funzione, perché il futuro ha bisogno di essere ricco di significato. Quello che cerco di fare inseme al mio team è unire la storia dell’architettura all’uso dei nuovi strumenti che la tecnologia mette a disposizione.

Lei pratica l’architettura ma la insegna anche: qual è la cosa più importante che lei trasmette ai suoi studenti?
Suggerisco sempre ai miei studenti di cercare con convinzione la loro personale attitudine, nello stesso modo in cui uno scrittore deve trovare il ‘soggetto’ del suo romanzo. Insomma, si tratta di coltivare il proprio interesse, la propria passione: questo è ciò che conta di più. Ai miei studenti raccomando anche di essere attenti e responsabili verso la società, aperti all’innovazione e alla pratica della ricerca. E, infine, curiosi per guardare oltre il proprio campo, esplorando altre realtà culturali: penso alla danza, per esempio, o alla musica. Perché innovazione e creatività sono strettamente collegate: la prima non può esistere senza la seconda. Questo lo ricordo sempre ai miei studenti!